Un filo diretto con l'etologia cognitiva e relazionale

Filosofo, etologo e zooantropologo.
Da oltre vent’anni conduce una ricerca interdisciplinare volta a ridefinire il ruolo degli animali non umani nella nostra società.
Direttore del Centro Studi Filosofia Postumanista e della Scuola di interazione uomo-animale (Siua), è autore di oltre un centinaio di pubblicazioni nel campo della bioetica animale, delle scienze cognitive e della filosofia post-human.
È inoltre direttore della rivista “Animal Studies”, la Rivista Italiana di Zooantropologia (Apeiron).

Una bussola per l’esperienza naturalistica

boy and girl looking at butterfy through magnifying glass, kids learning nature
di Roberto Marchesini

Prepararsi ed equipaggiarsi 

Un corretto rapporto con la natura richiede conoscenza, per esempio riguardo a ciò che possiamo incontrare passeggiando in una zona semiselvatica, come un bosco o un’area umida. La conoscenza diviene, allora, una sorta di mappa che ci consente un primo orientamento e degli itinerari privilegiati. Del resto, quando andiamo a visitare una città ci assicuriamo di avere dei riferimenti utili, per esempio quali siano e dove si trovino i monumenti più importanti, i musei e i luoghi caratteristici, per cui il nostro itinerario è guidato e illuminato da informazioni precedenti. Il viaggio indubbiamente prevede delle sorprese ma, per renderlo più fecondo, è consigliabile consultare una guida o qualcuno che conosca i luoghi che andremo a vedere. Penso che lo stesso atteggiamento dovrebbe essere applicato quando ci s’immerge nella natura, avendo ricevuto conoscenze riguardo alle piante e agli animali che si possono trovare in quell’area. Onde ottimizzare l’esperienza, dobbiamo far sì che, nel muoversi in mezzo alla natura, si possa non solo conoscere ma anche riconoscere.

Questo non significa che il nostro itinerario debba trasformarsi in una ricerca finalizzata a ritrovare le specie che abbiamo studiato. Dobbiamo essere aperti alla sorpresa e mantenere la disponibilità ad accogliere ciò che è effettivamente presente. Se il fiore selvatico o l’insetto, l’orma di un mammifero o il canto di un uccello non lo conosciamo, questa sarà una bella occasione per poterne prendere nota, per poi andare a identificarlo con calma una volta tornati a casa. Per tale motivo è fondamentale fornirsi di un block notes, al fine di disegnare o descrivere ciò che abbiamo visto, o di un dispositivo che consenta di fotografarlo. Talvolta è utile essere in grado registrare i suoni presenti in una particolare area naturalistica, ancora una volta per poterli analizzare con calma al ritorno. Se vogliamo intercettare le specie che abbiamo studiato è indispensabile esercitarsi nella costruzione dell’immagine di ricerca, guardando più volte quella tipologia animale o vegetale nelle sue caratteristiche morfologiche e sviluppando l’attenzione selettiva. Altrettanto importante è la capacità dell’osservazione di sorvolo, cioè di spaziare con lo sguardo tutto l’orizzonte, per concentrarsi poi sui dettagli.

Armarsi di pazienza

L’esperienza scientifica non è resa possibile solo dalla conoscenza degli ecosistemi, dei cicli biologici, delle catene trofiche, tutte informazioni che sono indubbiamente fondamentali, ma anche da alcune qualità di approccio alla natura che spesso mancano allo studente perché non più abituato a questo tipo di rapporto.

Guardare un animale in uno zoo è assai differente dal fare attività osservative come il birdwatching o il pondwatching, che viceversa richiedono pazienza e capacità di attendere, silenzio e attenzione selettiva, distanza e immobilità. Nello zoo l’animale è estratto dal contesto e inserito in un fondale limitato, capace di fare da contrasto alla sua figura; in natura, viceversa, è completamente immerso e quindi assorbito dal suo ambiente. Nel primo caso non si deve fare nulla per estrarlo e renderlo visibile, nel secondo caso sì. Senza contare che nello zoo l’animale è esposto, nell’ambiente è incontrato: ogni volta che si deve attuare un incontro non pianificato non si ha mai la certezza di riuscita dell’evento. L’esperienza scientifica richiede, perciò, un’educazione propedeutica.

E’ evidente che la cultura rurale, seppur meno fornita d’informazioni scientifiche, avesse una maggiore capacità di esperienza nella natura e di attribuzione di valore alla biodiversità. Si trattava di uno stile di vita molto più in coerenza con l’ambiente, perché dotato di competenze di orientamento: la conoscenza delle erbe selvatiche, dei canti degli uccelli, degli animali presenti nei diversi ambienti, del comportamento delle varie specie, dei ritmi stagionali, etc. Inoltre, presentava una maggiore consuetudine d’immersione, perché fin dalla più tenera età i ragazzi vivevano a contatto diretto con la natura e imparavano la dipendenza dell’essere umano dagli andamenti ecologici. Persino nella caccia si acquisivano alcune doti di attenzione selettiva e di pazienza che, ancora oggi, risulterebbero fondamentali per poter individuare le diverse specie presenti, rimanendo in silenzio ad ascoltare e concentrandosi sulle tracce e su ogni minimo indizio. Con questo non voglio dire che si debba diventare cacciatori per essere dei buoni naturalisti, bensì che si debbano acquisire delle metodologie d’approccio simili. Non a caso si parla di caccia fotografica e non è nemmeno insolito che persone dedite alla caccia siano diventate in seguito i più strenui difensori dell’ambiente.

Qualunque esperienza può andare più o meno in profondità a seconda dell’entusiasmo che vi si ripone. Nell’essere umano le motivazioni che maggiormente hanno contribuito alla conoscenza delle altre specie riguardano prevalentemente tre ambiti: 1) quello della caccia e raccolta, che ha portato gli esseri umani a conoscere le caratteristiche dei viventi presenti nell’ambiente a scopo di foraggiamento; 2) quello esplorativo, legato alla conoscenza dei rischi e delle opportunità dei territori e all’allargamento del proprio spazio di colonizzazione; 3) quello adottivo e relativo alle prassi di cura-accudimento, riconducibile alle attività di allevamento e agricoltura.  In questi tre ambiti l’essere umano ha maturato delle qualità specifiche frutto del lavoro consuetudinario, dell’esperienza giovanile, dell’educazione dei ragazzi e delle tradizioni culturali. Dette qualità si sono affievolite con il fenomeno dell’urbanesimo d’inizio Novecento e, successivamente, sono state sempre di più marginalizzate, al punto tale che oggi rappresentano delle vere e proprie mancanze che gettano importanti ipoteche sull’esperienza immersiva nella natura. Potremmo dire che la vita rurale produceva un’educazione sentimentale che oggi è estremamente carente.

La natura è stata sostituita dalle descrizioni antropomorfiche di tradizione disneiana e si è verificato, così, uno scollamento nel rapporto tra ragazzo e natura, per cui anche l’esperienza scientifica non è più immersiva ma frutto d’intermediazioni. Queste, quando va bene tendono a distanziare, cioè a intralciare lo sviluppo di un vissuto esperienziale, quando va male, e non è infrequente, portano addirittura a fuorviare l’interpretazione. Ciò significa che chi vuole fare comunicazione scientifica non si può limitare a fornire informazioni sul proprio ambito – etologico, naturalistico, ecologico, zoologico o botanico – ma deve necessariamente ricostruire un tessuto connettivo con il mondo della natura. Si tratta di un vissuto che si è andato perdendo negli ultimi cento anni per la prevalenza di altri referenti interattivi, come il cinema, la televisione, il computer, l’esperienza digitale e tutte le tradizioni che tali media hanno veicolato. L’esperienza non è mai passiva accoglienza d’informazioni, bensì coinvolgimento in una situazione di partecipazione. Questo è indubbiamente ciò che viene a mancare.

Si tratta, perciò, di superare alcune difficoltà, favorendo le attività pratiche e le esperienze immersive nel contesto naturale, evitando di esaurire l’approccio attraverso l’intermediazione digitale o mediata dal testo. Essi rappresentano strumenti formidabili per costruire quelle conoscenze di base che consentiranno l’orientamento, quella bussola che, come s’è detto, favorisce il riconoscere. Accanto a queste, però, sarà necessario preparare lo studente all’esperienza, sviluppando in lui alcune qualità – come la capacità di attenzione selettiva e di pazienza-meticolosità, la disponibilità all’attesa e all’ascolto, la ricerca e la serendipity, la concentrazione sugli indizi e la visione di sorvolo – che rappresentano i prerequisiti utili per realizzare l’interazione immersiva. Tali qualità si ottengono attraverso la prassi, vale a dire favorendo momenti laboratoriali e attività pratiche, in grado di abituare il ragazzo ad applicarsi attivamente al lavoro che deve compiere. In altre parole, la comunicazione scientifica non può e non dovrebbe essere unidirezionale e basata sulla passività ricettiva dello studente, dimenticando che la scienza nasce e si sviluppa nell’operatività.

L’approccio scientifico

L’approccio scientifico richiede diligenza e capacità di problematizzare i fenomeni, sotto due aspetti principali: 1) la validità interna dell’interpretazione, avendo la proprietà di prendere in considerazione le variabili in campo e di poter distinguere una correlazione da un rapporto causale; 2) la validità esterna, avendo cura di riferirsi a un campione statisticamente rilevante prima di formulare un’ipotesi. L’approccio cautelativo e problematico, capace di mettere in dubbio i pregiudizi, le apparenze e le prime impressioni, si conquista sul campo proprio andando contro la tendenza alla passività. Il reporter scientifico dovrà essere capace di sospendere il giudizio prima d’aver raccolto i dati, di non lasciarsi ingannare dal sentito dire ma di verificare sempre le fonti, di saper gestire le proprie emozioni e di formulare un’interpretazione ben ponderata. Si tratta di qualità che vengono compromesse dagli stili d’interlocuzione contemporanea: si pensi, per esempio, alla facilità di diffusione delle fake news all’interno dei social media. Inoltre, persino la visione individualista, oggi dominante, contrasta con le caratteristiche di collegialità e di trasparenza che stanno alla base della scienza. Anche in questo caso notiamo che la cultura contemporanea non aiuta.

Per concludere, è necessario comprendere che la comunicazione scientifica non può essere disgiunta dalla prassi ossia dalla capacità di esperienza immersiva e di ossequio ai principi generali dell’attività scientifica. Non si tratta, cioè, di limitarsi a saper tradurre in forma semplificata delle nozioni per renderle alla portata di un pubblico più vasto. Un divulgatore scientifico, per poter essere tale, deve aver vissuto in modo partecipativo l’interazione con il fenomeno, deve cioè essersi immerso nel mondo che vuole comunicare; in caso contrario, ciò che trasmetterà sarà sempre parziale e soprattutto non pienamente coerente con le qualità che si richiedono alle discipline scientifiche. Ho voluto rimarcare questi aspetti perché oggi sembra prevalere il desiderio di essere protagonisti senza aver intrapreso le esperienze propedeutiche per esserlo veramente. Per comunicare la natura è necessaria averla vissuta in modo profondo e non semplicemente aver consultato qualche sito sul Web.

Se sei interessato al mondo della natura e vuoi approfondire il tema dell’educazione naturalistica puoi consultare il sito della Scuola di Interazione Uomo Animale nella sezione riservata alla Zooantropologia didattica.

 

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