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Il tifoso, il lupo e la scimmia

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di Nicola Gianini

Una delle domande più frequenti che mi sono sentito rivolgere in riferimento al progetto Dal singolo al gruppo: analogie strategiche tra branchi di lupi e squadre di hockey riguarda il ruolo dei tifosi durante una partita. Nell’analogia che ruolo riveste il pubblico? È possibile trovare nei lupi un comportamento analogo a quello espresso dai tifosi di una sfida sportiva?
La risposta, semplicemente, è no.

L’analogia con i lupi si limita all’aspetto puramente performativo dello sport di squadra. Nella lunga convivenza con questi canidi, iniziata circa quaratantamila anni fa, abbiamo imparato l’arte della concertazione, del collaborare per ottenere un obiettivo. Il lupo infatti, come ho più volte sottolineato, è un vero e proprio virtuoso del gioco di squadra capace di integrare diversi individui in complesse strategie venatorie. Strategie di caccia che non sono mosse dall’istinto, come spesso ahimè ancora oggi si pensa, ma che si basano su una raffinata procedura di reciproca conoscenza. Il lupo non nasce lupo, ma lo diventa: attraverso l’apprendistato i piccoli lupacchiotti acquisiscono man mano le competenze necessarie per diventare dei veri maestri della concertazione. Più degli scimpanzé, più dei delfini, più degli esseri umani. E ogni lupo si caratterizza per delle specificità individuali da mettere in gioco durante l’arte venatoria. Il giocatore di hockey, attraverso le azioni mozzafiato che tutti conosciamo, altro non fa che tradurre nello sport le competenze che proprio i lupi ci hanno insegnato.

La natura strategica del gioco di squadra è ispirata al branco di lupi:

In effetti non è possibile ritrovare nella nostra linea evolutiva (quella dei primati, più popolarmente chiamate scimmie) comportamenti collaborativi con i relativi rituali che manifesta il lupo. La squadra di hockey con il suo rituale prepartita dell’allenamento, del grido e del saluto non fa altro che imitare la ritualità lupina che prima di una battuta di caccia si allena con dei giochi di riscaldamento, si carica con l’ululato espresso attorno alla propria tana ed esprime un saluto beneaugurante dove ogni singolo elemento ha un contatto fisico con tutti gli altri membri del branco.

La convergenza tra squadre hockeystiche e branchi di lupi si fa ancora più sostanziale nella performance vera e propria: attraverso la definizione di ruoli, di una meticolosa organizzazione gruppale (che, importante sottolineare, nulla ha a che fare con il concetto di gerarchia) e l’espressione di strategie plurifunzionali, hockeysti e lupi sembrano danzatori di una stessa trama. E di fatto lo sono.

Ma torniamo alla domanda iniziale: i tifosi in tutto questo che ruolo hanno?
Ebbene, come già accennato, nel lupo non troviamo comportamenti simili. E infatti il comportamento manifestato dal tifoso è un comportamento in tutto e per tutto scimmiesco. Affermazione questa che farà senz’altro storcere il naso a qualche lettore. “Scimmie noi? L’uomo si è evoluto, non è più una scimmia” è l’obiezione che mi sento fare piuttosto frequentemente. Come se essere definito scimmia fosse un insulto, un rinfacciare la natura antica e bestiale di noi umani. Ma si tratta di un grave errore: esattamente come quando definiamo il lupo un animale istintivo, feroce o violento distorciamo completamente la realtà, allo stesso modo l’immagine della scimmia che fa “uh uh” e si spulcia tutto il tempo è di un grottesco inaccettabile. L’essere umano non discende dalla scimmia, più semplicemente lo è ancora. E i nostri comportamenti (sociali, culturali, tecnologici, cognitivi) si inscrivono in tale cornice. Sempre.

L’urlare in modo minaccioso nei confronti di un avversario è un comportamento tipico dei primati con cui si intende dare un messaggio chiaro “stai alla larga”:

Il tifoso è una dimostrazione lampante di questo. Ne sono indizi convincenti vari elementi. Intanto la presenza di una gran quantità di individui ammassati in spazi relativamente ridotti. Non troverete mai più una ventina di lupi assieme, mentre nei primati non è raro trovare gruppi ben più numerosi (anche svariate decine di individui). La territorialità del tifoso è
infatti una territorialità tipica dei primati: molti individui in spazi ristretti e forte (anzi fortissimo) senso di appartenenza sia allo spazio fisico che alla comunità.

Un senso di adesione che si può esprimere anche attraverso un’aggressività molto esplicita nei confronti di bande-popolazioni rivali con manifestazioni vocali (una sorta di insulto- minaccia) ma anche fisiche (scontro, lotte e uso di oggetti contundenti).
La gerarchia in questi comportamenti è non troppo definita, nel senso che i leader di una determinata popolazione hanno certamente un ruolo importante nel gestire il comportamento territoriale, ma molto spesso sono alcuni individui (i più irrequieti) costituiti in piccole gang che attaccano eventuali intrusi o, non di rado, danno vita a comportamenti eccitatori (o meglio auto-eccitatori) come processo identitario di appartenenza: io sono il gruppo in cui vivo.
La comunità di primati si caratterizza quindi non attraverso un progetto strategico come avviene nei lupi (e nella squadra sportiva), ma su un senso di appartenza ad una comunità- territorio. E questo si esprime con comportamenti vocali, fisici che sono sia eccitatori e incitatori.

Il tifoso esprime tale cornice comportamentale e ci ricorda, una volta di più, che l’essere umano ha bisogni profondi e atavici di esprimere questa sua identità che ci richiama alla foresta che troppo spesso rinneghiamo.

Insomma in una società in cui crediamo presuntuosamente di poter fare a meno degli animali o di trattarli come cose a nostro uso e consumo, il mondo dello sport ci dimostra che il selvaggio è molto più domestico di quanto comunemente si pensa.

L’autore
nicola gianiniNicola Gianini
Si occupa di zooantropologia con l’Associazione Orion promuovendo progetti didattici e di analisi culturale in riferimento al valore referenziale della relazione con le alterità animali.
Intrecciando le esperienze zooantropologiche a quelle nell’ambito educativo con adolescenti problematici, è impegnato in un progetto teso a delineare i tratti di una pedagogia etologica, che consideri le nostre dotazioni di specie come vettori su cui agire nei processi riabilitativi.
È autore di Dal singolo al gruppo, Storie di ghiaccio, Un cane per maestro pubblicati presso le Edizioni Fontana
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La Redazione
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