Un filo diretto con l'etologia cognitiva e relazionale

Filosofo, etologo e zooantropologo.
Da oltre vent’anni conduce una ricerca interdisciplinare volta a ridefinire il ruolo degli animali non umani nella nostra società.
Direttore del Centro Studi Filosofia Postumanista e della Scuola di interazione uomo-animale (Siua), è autore di oltre un centinaio di pubblicazioni nel campo della bioetica animale, delle scienze cognitive e della filosofia post-human.
È inoltre direttore della rivista “Animal Studies”, la Rivista Italiana di Zooantropologia (Apeiron).

Il maltrattamento animale, tra scienza ed etica

di Roberto Marchesini

Il maltrattamento animale è un argomento che coinvolge direttamente tutti coloro che si occupano per ragioni professionali d’interazione con soggetti di altre specie, perché assicurarne il benessere rappresenta spesso la pre-condizione per tutto ciò che ci si prefigge nell’interazione stessa, vuoi che questa abbia un significato relazionale o in qualche modo produttivo. Ma indubbiamente preoccuparsi del benessere animale riguarda altresì l’etica professionale, vale a dire quei valori intrinseci del proprio lavoro basati sulla prestazione offerta secondo scienza e coscienza. D’altro canto, è evidente che il tema del maltrattamento animale è un argomento che riguarda l’intera società, per diversi ordini di motivi, che investono le aree educativa, etica, civica ed esistenziale. Da un punto di vista sociale, l’importanza della prevenzione del maltrattamento animale è riassumibile nella famosa citazione attribuita al Mahatma Gandhi, per cui una nazione può essere giudicata dal modo in cui vengono trattati i suoi animali. Per quanto concerne gli aspetti pedagogici, è ormai risaputo che il maltrattamento animale ha un effetto diseducativo sulle persone riducendo le loro capacità empatica e incentivando comportamenti violenti nei confronti del prossimo. L’attenzione nei confronti del maltrattamento animale diviene cosi un indicatore di civiltà, capace di rilevare il grado di sensibilità, capacità compassionevole e livello morale di una società. Il problema del maltrattamento animale è cioè una questione che interpella ogni individuo che si occupi per professione di interazione con alterità animali oppure no. 

Il maltrattamento animale come questione etica

Il maltrattamento animale è pertanto prima di tutto un argomento che riguarda la condotta umana, sia da un punto di vista delle prescrizioni restrittive, vale a dire quali comportamenti non sono considerati leciti e quali limiti ci si deve porre quando si interagisce con un’alterità animale, sia per quanto riguarda le prescrizioni proattive, ossia quali comportamenti occorre mettere in campo e quali doveri abbiamo nei confronti delle altre specie. Il principio base della bioetica animale, la disciplina che per l’appunto si occupa dei doveri umani nei confronti delle altre specie, parte dell’attribuzione anche alle entità nonumane dello status di paziente morale, vale a dire di entità verso cui si hanno degli obblighi di condotta. L’attribuzione del titolo di soggetto morale, che può essere anche individuato come esigente morale, cioè portatore di diritti intrinseci, nasce non solo dalla famosa frase dell’utilitarista Jeremy Bentham, che metteva l’accento sulla capacità di soffrire, ma altresì da tutto il dibattito sviluppato nel secolo scorso da autori come Peter Singer e Tom Regan, che hanno messo in rilievo come l’esclusione delle altre specie dalla questione morale non avesse alcuna giustificazione e pertanto fosse il risultato di un atteggiamento arbitrario definito come specismo, in continuità con altre forme di pregiudizio e di discriminazione. Indubbiamente gli ultimi quarant’anni hanno visto un aumento della sensibilità delle persone nei confronti del maltrattamento animale. Occorre dire che ammettere una soggettività morale alle altre specie apre la discussione sulla soggettività giuridica, un percorso inevitabile che porta a considerare gli animali non più come cose ma come esseri senzienti, una trasformazione che progressivamente sta avvenendo nel corpus legislativo.

Il maltrattamento animale come indagine scientifica

Il maltrattamento animale ha ripercussioni su vari campi della conoscenza e della prassi umana e, come ho detto, investe in modo particolare il sistema di valori che una società vuole perseguire e che costituiscono l’architettura deontologica dell’individuo stesso. D’altro canto, il maltrattamento animale richiede una definizione di pertinenza – quali situazioni si configurano effettivamente come maltrattamento – e degli indicatori che ne consentano una valutazione oggettiva e una precisa attribuzione. In altre parole, il tema del maltrattamento animale ha così tante sfaccettature, alcune a tal punto criptiche, da non poter essere rilevato in modo intuitivo, ma richiedere un giudizio fondato su un’analisi rigorosamente scientifica. In linea generale, possiamo dire che esistono forme di maltrattamento così esplicite ed eclatanti da non richiedere una particolare formazione per poter essere rilevate, ma il più delle volte ci troviamo di fronte a situazioni assai più sottili e sotterranee che necessitano l’intervento valutativo di un esperto, perché si tratta di mettere in rilievo parametri fisiologici e comportamentali che fungono da cartina al tornasole in senso rivelativo. Molto importante è, perciò, la figura del medico veterinario, come professionista che si occupa oltre che di sanità pubblica – un aspetto che spesso viene ignorato ma d’importanza capitale – anche di benessere animale, in tutti gli aspetti profilattici, terapeutici e di monitoraggio.

Le diverse forme di maltrattamento animale

Ci sono diverse forme di maltrattamento animale e mi preme citarne almeno cinque di carattere generale: 1) il maltrattamento fisico, sicuramente quello più esplicito, ma che può assumere aspetti di ordine fisiologico non sempre rilevabili; 2) il maltrattamento genetico, purtroppo legato al fatto che l’essere umano spesso ha forzato i caratteri degli animali domestici, facendo emergere delle condizioni sofferenti di per sé; 3) il maltrattamento ontogenetico, che non tiene conto che quando si parla di animali caratterizzati da cure parentali interrompere o non permettere un corretto sviluppo dei rapporti genitoriali porta a delle compromissioni gravi e irreversibili sull’individuo; 4) il maltrattamento etologico, che riguarda il fatto che ogni specie ha delle disposizioni e un repertorio comportamentale che chiede con urgenza agibilità espressiva, pena l’insorgenza di condizioni di disagio che sono all’origine di patologie comportamentali; 5) il maltrattamento psicologico, che riguarda forme di vessazioni che l’animale subisce e che alterano il suo stato mentale e di conseguenza il suo campo espressivo. Queste diverse forme di maltrattamento si collocano su piani differenti e riguardano azioni umane ovvero richiedono provvedimenti preventivi e disciplinari non sovrapponibili, a dimostrazione del fatto che il tema del maltrattamento animale sia un argomento estremamente complesso che non può essere liquidato come si faceva un tempo inserendolo all’interno dei reati che offendono la sensibilità e la moralità dell’essere umano.

Il maltrattamento fisico

Il maltrattamento fisico è indiscutibilmente quello che nella maggior parte delle circostanze salta immediatamente all’occhio e non è un caso se in genere è proprio questo tipo di maltrattamento che viene segnalato da parte delle associazioni zoofile o anche da privati cittadini, quando si vedono animali subire percosse, essere in condizioni di grave denutrizione, essere tenuti dentro spazi inadeguati o costantemente sotto le intemperie o il sole, legati alla catena o sottoposti ad atti di vera e propria cattiveria oppure costretti a compiere prestazioni debilitanti. Purtroppo questo tipo di maltrattamento talvolta viene fatto per incuria, altre volte per sadismo, ma non è raro che si tratti anche di attività che fanno parte di pratiche che affondano le radici in tradizioni culturali, come le cosiddette feste sadiche, in prassi rurali tramandate da generazioni, come certe forme di castrazione, oppure addirittura come azioni mirate alla realizzazione del prodotto zootecnico, come l’alimentazione forzata delle oche per ottenere il paté de foie gras. Spesso entrando all’interno di un allevamento intensivo si rimane senza parole e, direi, inorriditi di fronte a certe forme di gestione degli animali stabulati. Va detto che tutte queste forme di maltrattamento, più o meno esibite nelle tradizioni popolari, tollerate nelle tradizioni rurali oppure razionalizzate in certe prassi zootecniche, hanno poi ricadute sulla sensibilità delle persone e non di rado sono il terreno fertile per lo sviluppo di comportamenti di vero e proprio sadismo, soprattutto nei giovani. D’altro canto può esserci un maltrattamento fisico più infido, cioè meno rilevabile perché a carico degli apparati fisiologici, come alterazioni della nutrizione, deficit di ginnastica funzionale, mancanza di esposizione alla luce del sole, non applicazione di cure per il dolore, accanimento terapeutico.

Il maltrattamento genetico

Il maltrattamento genetico è un tema che sempre di più investe il dibattito pubblico e scientifico e riguarda soprattutto l’ambito degli animali domestici. Questi animali sono sottoposti a quello che è stato definito dallo studioso italiano Giovanni Ballarini come esproprio genetico, in quanto è l’essere umano che si sostituisce nella scelta dei riproduttori. I problemi del maltrattamento genetico sono vari e riguardano soprattutto la perdita di caratteri fondamentali per il benessere animale e per la corretta espressione del repertorio comportamentale. Nel corso del XX secolo, tuttavia, questa forma di maltrattamento si è notevolmente acuito sia in campo zootecnico, nella scelta di razze così performanti nella produzione o nell’ingrasso da alterare profondamente il metabolismo di questi animali, sia per quanto concerne i cosiddetti animali d’affezione. In quest’ultimo caso ci si è orientati verso caratteri insoliti, tesi a gratificare il gusto delle persone per il pittoresco e l’esibizione di qualità fuori dall’ordinario, sia l’accentuazione di caratteri infantili, per accontentare gli atteggiamenti genitoriali dei proprietari. Ecco, allora, che si producono nei gatti razze come la Sphynx, con mancanza di pelo che non solo rende la pelle molto sensibile e vulnerabile a infezioni e scottature, ma altresì altera il metabolismo sebaceo, o la Scottish fold che presenta la caratteristica piega delle orecchie frutto dell’alterazione della cartilagine. Nei cani le razze come il Carlino, il Bouledogue francese, il Pechinese, a causa del muso schiacciato soffrono di difficoltà respiratorie, capacità di termodispersione e deglutizione corretta. Va detto che il maltrattamento non riguarda solo la specifica alterazione, perché i geni hanno effetti multipli (pleiotropia) per cui un’alterazione dello sviluppo cartilagineo si ripercuote su tutte le articolazioni. Infine occorre tener presente che la rigidità degli standard di razza introdotta nell’ultimo secolo ha indotto gli allevatori a utilizzare pratiche di inbreeding, causando un impoverimento genetico in questi animali rendendoli più esposti alle malattie genetiche, come displasie, retinopatie o disposizioni ai tumori. 

Il maltrattamento ontogenetico

Il maltrattamento ontogenetico riguarda l’eziologia più frequente delle cosiddette patologie comportamentali, alterazioni gravissime che alterano l’identità dell’individuo spesso in maniera irreversibile, e l’origine di questo maltrattamento sta nel fatto che in genere le persone non si rendono conto che le specie dotate di cure parentali hanno un bisogno ineludibile di completare il loro processo di sviluppo identitario attraverso l’interazione con il genitore. Per esempio, la tendenza a sottrarre i pulli di pappagalli per crescerli a mano da parte delle persone, onde ottenere soggetti molto più docili e affiliativi, ha degli effetti devastanti sulle loro caratteristiche comportamentali. Si tende a credere che il genitore svolga esclusivamente attività di alimentazione, cura, accudimento e protezione nei confronti del piccolo, così non ci si preoccupa di sostituire il genitore conspecifico con un genitore umano, ma si tratta di un errore capitale. Il genitore, infatti, svolge un ruolo insostituibile nella costruzione dell’identità comportamentale del soggetto e non si tratta solo del fenomeno dell’imprinting, spesso banalizzato in una sorta di legame parentale, ma di trasmissione di contenuti già previsti nel canone di sviluppo specie specifico. Nei mammiferi la deprivazione materna, ossia il sottrarre prematuramente il cucciolo alla mamma, provoca dei danni rilevanti che si ripercuotono soprattutto sul comportamento sociale, sulla regolazione del sistema affettivo, sulla ritualizzazione dei comportamenti aggressivi e sulle capacità comunicative e relazionali. Purtroppo le alterazioni del processo di attaccamento, che provoca dis-regolazioni affettive, e quelle del processo di socializzazione materna, che provoca dis-socializzazione, sono molto frequenti sia nel cane sia nel gatto proprio a causa della deprivazione materna.

Il maltrattamento etologico

Il maltrattamento etologico è un altro capitolo importante del maltrattamento, purtroppo frequente non solo nei luoghi di detenzione coatta degli animali, come stabulari, giardini zoologici, allevamenti intensivi, ma anche nel rapporto consuetudinario tra le persone e il loro pet. Purtroppo la tendenza all’antropomorfizzazione e all’infantilizzazione che caratterizza sempre di più queste relazioni porta inevitabilmente alla negligenza nei confronti delle tendenze e delle necessità espressive specie specifiche. Il maltrattamento etologico riguarda: i) i fattori di agibilità, ossia l’impossibilità di un animale di esprimere i fondamentali del repertorio comportamentale, vale a dire la dimensione sociale, l’espressione motivazionale, il comportamento perlustrativo e sensoriale, l’attivazione cognitiva e stimolativa; ii) i fattori di evocazione, ossia l’impossibilità di sottrarsi da elementi perturbanti che vanno a compromettere le sue capacità omeostatiche, come iperstimolazioni e fastidi, oppure di rinvenire fattori d’interesse, come presenza di condizioni demotivanti o povertà ambientale. Questi due fattori spesso in azione congiunta portano a una condizione protratta di disagio. Le forme di disagio più comuni sono: la noia, la frustrazione, il dis-stress, l’iperstimolazione, l’ipostimolazione, la demotivazione. Questo stato di disagio non può essere mitigato attraverso comportamenti diretti sul problema, perché l’animale non può allontanare l’elemento perturbante o allontanarsi dalla situazione vessatoria, per cui l’unico modo per alleviare la sofferenza è quello di mettere in atto dei comportamenti dislocativi, che producono una distrazione momentanea e per rinforzo negativo tendono a diventare sempre più ripetitivi e standardizzati, dando vita a vizi espressivi e stereotipie. Nei contesti di cattività è facile notare questi comportamenti di alterazione comportamentale, come: eccesso di autogrooming, comportamenti di auto-danneggiamento, attività ridirettive e di scarico emotivo, attività stereotipiche come andature circolari davanti alle sbarre, dondolamenti, saltare sulle zampe, scuotere la testa, prendersi la coda, eccesso di assunzione di cibo o acqua, ipersonnia e stati depressivi, aumento dell’irritabilità, attività distruttive sugli oggetti o sulla struttura di contenzione. Ma sempre più spesso chi si occupa di animali familiari rinviene questi vizi comportamentali.

Il maltrattamento psicologico

Affrontiamo, infine, il maltrattamento psicologico, forse il più sottile e difficile da rilevare perché riguarda in maniera stretta l’identità individuale e la sua condizione mentale. Se è vero che un animale appartiene a una certa specie e quindi presenta delle necessità fisiologiche ed etologiche che riguardano la sua condizione tassonomica, è altrettanto vero che l’animale è prima di tutto un individuo, che ha una propria biografia, un profilo di esperienze che lo rendono più o meno adattativo a certe condizioni di contorno, ha un indole particolare e soprattutto si trova sempre in una condizione di sollecitazione dei suoi sistemi affettivi, cioè emozionali e motivazionali, e dei suoi sistemi cognitivi. Il maltrattamento psicologico riguarda l’incapacità di prendere in considerazione la personalità dell’animale, questo insieme di fattori che rendono l’individuo un’entità singolare dotata di proprie disposizioni, sensibilità, idiosincrasie e preferenze. Spesso si tende a omologare gli animali, considerandoli semplicemente cani, gatti o quant’altro, quando ciascuno di questi riflette una personalità che gioisce o soffre per accadimenti che riguardano esclusivamente lui come individuo dotato di unicità psicologica. Il maltrattamento psicologico può essere più o meno manifesto: lo è quando si attuano prassi vessatorie nei confronti dell’individuo, come provocare paura, tristezza, irritazione, ma altresì quando non si tiene conto delle sue particolari sensibilità, orientamenti, preferenze, quando cioè non ci accorgiamo di avere a che fare con un individuo.

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