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Gli animali non amano, non pensano, non ridono e non piangono: parola di filosofo

tratta da 2001: Odissea nello spazio

di Valentina Mota

Si propone qui di seguito in libera traduzione la risposta di Marc Bekoff al saggio di Neel Burton, The Seven Things That Only Human Beings Can Do (“sette cose che solo gli umani sono in grado di fare”).


Dati i miei interessi sul comportamento animale e le capacità cognitive ed emozionali delle altre specie, ho letto con sincera curiosità il saggio di Neel Burton, The Seven Things That Only Human Beings Can Do (“sette cose che solo gli umani sono in grado di fare”) e sono purtroppo rimasto sbalordito dall’ingenuità dell’autore che parla con tutta disinvoltura della mancanza negi animali non umani di capacità emozionali, affermazione smentità dall’ormai intera comunità degli etologi.

Mi domando perché le persone che non conoscono gli altri animali si sentano libere di scriverne come se fossero esperti del campo.

Leggendo questo articolo, che si prefigura di elencare ciò che ci distingue dagli altri animali, mi aspettavo di leggere di capacità quali guidare l’automobile, pilotare un aereo, cucinare, lanciarsi in guerre senza senso, preoccuparsi delle tasse, cercare indizi di vita extraterrestre, ma niente di tutto questo. Ho letto invece di linguaggio, riso, pianto, pensiero, sofferenza, amore e sentimento religioso.

Dunque, a discapito degli studi non soltanto miei ma di ricercatori quali, fra gli altri, John Marzluff e Tony Angell, Lee Dugatkin, Gay Bradshaw, Jessica Pierce, Hal Herzog, Mary Bates, e Agustin Fuentes, mi ritrovo a leggere di sette presunte peculiarità esclusive della specie umana: parlare, ridere, piangere, pensare, soffrire di disturbi mentali, innamorarsi, possedere un sentimento religioso.

Mi dedicherò qui alla confutazione di tutti e sette i punti.

Il linguaggio

Al proposito, Burton scrive che il linguaggio non è necessario alla comunicazione e molti animali comunicano efficacemente usando forme più primitive di espressione. A suo dire, il linguaggio consente il simbolismo da cui scaturiscono vita emozionale e attività creativa. Queste prerogative non solo ci renderebbero molto più adattabili degli altri animali ma consentirebbero di esprimerci tramite attività quali arte musica e religione, contribuendo a renderci esseri umani in quanto tali. Tuttavia, non solo sono in atto discussioni sulle ipotesi che gli altri animali abbiano o meno abilità linguistiche, ma esiste una quantità di dati a mostrare che gli animali non umani vivono emozioni e sono estremamente creativi.

Il riso

Burton afferma che nessuno ha mai visto un cane ridere. Bene, non è così. In realtà, i cani che ridono, li abbiamo visti e sentiti. Consideriamo ad esempio la ricerca di Patricia Simonet, il cui lavoro sul riso nel cane è stato ben accolto dalla comunità scientifica. Ricordiamo, poi, che anche Charles Darwin, Jane Goodall e altri studiosi hanno scritto sul riso e il sorriso negli altri animali. Il riso è stato documentato anche dal noto neuroscienziato Jaak Panksepp con pubblicazioni su riviste del calibro di Science.

Il pianto

Qui Burton si contraddice quando scrive che tutti gli animali sono in grado di secernere lacrime fisiologiche, ma solo gli esseri umani versano lacrime emozionali. Se è vero che alcuni ricercatori ritengono che certe specie, come elefanti e scimpanzé, possano fare la stessa cosa, è altresì vero, continua Burton, che si tratta di un comportamento difficile da verificare. Io, invece, oserei dire che solo perché qualcosa è “difficile da verificare” non significa che non si verifichi, dunque la sua affermazione perde di significato.

Il pensiero razionale

Affermare che gli altri animali non siano in grado di pensare è assurdo e ridicolo. Qui, il testo dell’autore è solo un garbuglio irrilevante in cui si cita anche Aristotele che afferma che gli umani sono gli unici a possedere la capacità di ragionamento. Peccato che Aristotele non possedesse la quantità di informazioni a cui oggi abbiamo accesso e che mostrano chiaramente come gli animali siano in grado di pensare e agire razionalmente.

Soffrire di disturbi mentali come depressione e schizofrenia

Di nuovo, questa affermazione, in cui torna Aristotele, è incredibilmente fuorviante. Ricercatori come il fisico Hope Ferdowsian e lo psicologo Gay Bradshaw hanno mostrato che gli animali tenuti in cattività soffrono di un ampio spettro di disturbi psicologici incluso il disturbo da stress post-traumatico (DPTS) ed io stesso ho scritto riguardo ai disturbi psicologici negli animali selvatici. Si ratta di un’area di ricerca di massima importanza perché va a toccare tutti gli innumerevoli modi in cui noi usiamo e abusiamo degli altri animali. Per di più, la ricerca continua a usare i modelli animali per studiare depressione e psicopatologie per poi trarne conclusioni inerenti disturbi analoghi negli esseri umani.

L’amore

A tal proposito, non so da dove iniziare, vista la mole di esempi di legami affettivi e amorosi presenti nel regno animale e che ci parlano tanto dell’innamoramento quanto di relazioni affettive a lungo termine. Sono tantissime le specie i cui soggetti creano legami sociali stretti e duraturi, caratterizzati da affetto e attaccamento definibili cosi come ne parliamo a proposito della nostra specie: è palese che gli altri animali provino il sentimento della mancanza dell’altro, quando separati, e soffrano dell’assenza degli individui a cui sono legati affettivamente. Lo vediamo tra i partner delle singole coppie, tra genitori e figli, tra i membri di un gruppo. Di certo, si può alterare la definizione di amore e darne un significato talmente aulico da arrivare ad escludere anche molti esseri umani, ma una cosa è certa: la nostra definizione basilare di amore è del tutto applicabile agli altri animali.

Il pensiero religioso

Escludo che possiamo arrivare a sapere se gli altri animali credano in dio, per cui ammettiamo pure che si tratti di una esclusività umana. Tuttavia, ci sono prove che suggeriscono che gli animai vivono esperienze spirituali. Osservando la danza della cascata degli scimpanzé del Gombe, Jane Goodall si chiedeva: “Se lo scimpanzé potesse condividere con gli altri le sue sensazioni e i suoi interrogativi, queste primitive gestualità potrebbero ritualizzarsi in una forma di religione animistica? Adorerebbero le cascate, i diluvi, i tuoni e i fulmini – le divinità degli elementi? Cosi potenti, cosi misteriosi.” (il virgolettato è tratto da Marc Bekoff, La vita emozionale degli animali, pag. 62, edizioni Oasi Alberto Perdisa, 2010).

Dunque, le affermazioni di Burton a cui mi trovo qui a controbattere sono del tutto ingannevoli e fuorvianti. Il suo è un pensiero specista che non trova grandi sostenitori. L’idea darwiniana di continuità evolutiva ci dice che le differenze tra le specie sono di grado e non di genere, sono sfumature di grigio piuttosto che differenze tra bianco e nero, e questo ci obbliga a mantenere la mente aperta quando si parla delle capacità cognitive degli altri animali.

Lo slogan del concetto di continuità potrebbe essere “se qualcosa fa parte di noi, sicuramente appartiene anche gli altri animali”.

Fonte: Marc Bekoff, Animals Don’t Laugh, Think, Get Depressed, or Love Declares a Psychiatrist, Psychology Today

Immagine di copertina tratta da 2001: Odissea nello spazio

Valentina Mota
Valentina Mota
Sono una componente della redazione e mi occupo della stesura di articoli e dell'inserimento di contenuti all'interno di questo blog. Auguro a tutti voi una buona lettura!
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