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Le motivazioni del gatto

Nell’osservare un gatto, ci aspettiamo il suo acquattarsi per poi balzare all’improvviso, il suo rincorrere tutto ciò che si muove, il suo animarsi tempestivo per un luccichio, il suo incuriosirsi per ogni pertugio, il suo appoggiarsi a noi e strusciarsi con la fronte e con il dorso. Quando diciamo gatto, ci riferiamo perciò non solo a una forma – ossia a un’immagine statica che ce lo renderebbe riconoscibile anche se disegnato su una nuvola – ma altresì a uno stile, che per buona approssimazione potremmo suddividere in due aspetti:
cosa fa, ovvero quali verbi indicanti particolari atti caratterizzano la specie, per esempio l’atto di “rincorrere”o l’atto di “raccogliere”;
come lo fa, ovvero in che modo compie quel particolare atto nelle sue specificazioni, ossia verso-cosa, quando, dove e con quale coreografia.

Il primo aspetto è dato dalle tendenze motivazionali, propensioni a mettere in atto certi comportamenti, sedimentati in quella specie perché apportatori di un vantaggio replicativo (fitness). Le motivazioni pertanto sono disposizioni innate che orientano il soggetto verso particolari target – per esempio quelli in movimento, nel caso del predatorio – e stabiliscono particolari modalità di fruizione del target stesso – nel caso del predatorio: rincorrerlo, afferrarlo, morderlo e via dicendo.

Il soggetto portatore di una motivazione va perciò alla ricerca del target specifico oppure, se di colpo questo si presenta davanti al suo orizzonte percepito, viene ingaggiato su una ben precisa coordinata comportamentale.
Possiamo dire allora che, come un pesce nascendo si aspetta un mondo liquido, così un gatto si attende degli enti in movimento.

Il secondo aspetto, che trasforma l’atto in una vera e propria azione, prevedendo un target di riferimento, una contestualizzazione spazio-temporale, un coreogramma specifico, viene istruito attraverso tre fonti informative:
– da competenze innate, ossia da moduli comportamentali prefissati, definiti con il nome generico di “istinti”;
– da acquisizioni riferibili alla relazione materna e sociale, giacché la madre già orienta il cucciolo su particolari target e gli trasmetti alcuni modelli di comportamento adeguati;
– da apprendimenti occasionali, a volte frutto di comportamenti casuali, a volte da tentativi solutivi, rinforzati dalle conseguenze, ma il cui carattere circostanziato li rende molto spesso variabili da individuo a individuo.

Il come dell’espressione motivazionale presenta pertanto degli aspetti comuni a tutti i gatti, perché riferibili alla filogenesi o alla cultura felina trasmessa dalla madre, ma viene modellato anche dalla forte valenza individuale.
Il cosa-fa (le motivazioni, per l’appunto) presentano invece una relativa stabilità – e in particolare non è dato toglierne o aggiungerne al profilo disposizionale di specie: non è possibile azzerare il predatorio in un gatto o introdurlo in un coniglio – mitigabile al più solo da una differenza evolutiva per esercizio, i pattern espressivi (il come-lo-fa) presentano alcuni aspetti più resilienti all’esperienza (istinti) e altri più sensibili all’apprendimento.
Attenzione a non usare la parola motivazione come sinonimo di motivo: non è la pallina la motivazione (il motivo) del comportamento predatorio del gatto, ma è la motivazione predatoria (pre-esistente alla pallina), cioè la disposizione ad esprimere un certo comportamento che rende la pallina un motivo di espressione predatoria. Un coniglio non rincorrerà una pallina né s’interesserà del cursore del mouse sul monitor del computer.
Ricercare le motivazioni significa pertanto cercare di capire le inclinazioni di quella specie; potendo dare piena espressione a queste ultime, potremo dire di vivere con un gatto felice.

Immagine di copertina: picanimal.com

La Redazione
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