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Un etologo in erba

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Non ricordo un momento della mia vita senza un animale a caratterizzarlo e a dargli significato. Andando indietro con la memoria, i giorni si trasformano così in un calendario zoomorfo ove i diversi animali, come spiriti guida, mi riportano proustianamente sensazioni lontane, ma nello stesso tempo vivide e ho l’impressione che gli anni trascorsi siano da loro custoditi gelosamente.

C’è chi ricorda attraverso i profumi, chi usa le canzoni, chi si appella alle immagini… io lo faccio grazie agli animali. Le coccinelle, per esempio, mi trasportano nella Bologna degli anni Sessanta, e di colpo rivedo dalla mia finestra i tetti della zona universitaria, ritrovo i librettini Stella d’oro, sento l’odore intenso della latteria mentre aspettavo che mia madre comprasse il formaggino Mio solo per avere le figurine olografiche. È un flusso mnemonico e ad attivarlo è quasi puntualmente un animale che in un certo senso ha preso il testimone di quel periodo della mia via e in un modo tutto speciale lo riassume.

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Il canto dei diamantini, tutt’altro che eufonico – sembrano infatti delle minitrombette – per un paradosso armonico, si accompagna alle canzoni di Sylvie Vartan e all’album Naturama, io ancora preadolescente mentre fuori sbocciava il mitico Sessantotto. Ecco allora prendere forma i miei compagni di scuola elementare e le mie prime confuse cotte, la pazienza di mia nonna che mi accompagnava nelle escursioni all’Orto Botanico di via Irnerio, che allora mi sembrava immenso.

Per me osservare gli animali era un po’ mimare Tom Sawyer e Huckleberry Finn, era rotolarsi nell’erba per il piacere di mia madre, incuriosirsi dietro una lucertola, raccogliere bacche, larve, uova come un cucciolo di scimpanzé. I bambini appassionati di animali non sempre li rispettano, non per il gusto di incrudelire nei loro riguardi ma solo per eccesso di curiosità. Io volevo portarmeli a casa tutti e mia nonna – ogni bambino ha un complice e difficilmente è il genitore – mi aiutava in queste folli imprese, come riempire un barattolo di maggiolini e cetonie che poi, liberati in casa, ricordavano il vaso di Pandora.

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Ma così facendo mi abituavo al ronzio degli insetti, una qualità che mi sarebbe tornata utile nei miei studi sugli imenotteri sociali. Certo, è necessario non inibire ma indirizzare i ragazzi, spiegando loro che si può osservare la natura anche a stretto contatto senza doverne prendere possesso. In ogni città ci dovrebbero essere dei «giardini vivi», vale a dire degli spazi di verde progettati per accogliere gli animali, abbandonando quell’idea di verde come «arredo urbano» che ci porta a vedere i giardini come spazi morti.

Bologna negli anni Sessanta era ancora ricca di questi spazi per il solo fatto di ospitare spazi incolti ove la natura era libera di esprimere la propria biodiversità. I bambini appassionati di animali si sporcano più della media, tendono a dare poca importanza ai vestiti, anche se mostrano spiccate doti di ordine, seppur sepolte nella confusione apparente di tutto quello che raccolgono. L’interesse per gli animali ti spinge infatti a costruire gruppi di appartenenza per somiglianza e nello stesso tempo a interessarti delle differenze, nutrendo giorno per giorno propensioni categoriali.

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Inevitabilmente sei portato a capire che ogni animale ha un suo ambiente specifico e un tempo preciso per osservarlo: lo impari dalla frustrazione di non ritrovare quello che cerchi se sbagli il contesto o le stagioni. Poi per osservare un animale ci vuole metodo, devi conoscere le sue abitudini, apprendere come avvicinarlo, devi assumere una certa disciplina. C’è infine una stretta affinità tra il naturalista e il collezionista nella voglia di non lasciare alcuna casella vuota, ritornello infantile del «celo, celo, manca».

Tratto da Ricordi di animali

Sofia Calistri
Sofia Calistri
Sono una componente della redazione che si occupa di inserire i contenuti di Roberto Marchesini all'interno di questo blog. Auguro a tutti Voi una buona lettura!
http://marchesinietologia.it

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