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Parliamo la stessa lingua?

parliamo la stessa lingua?

Vivere con un cane o con un gatto significa costruire una forte intimità e assumere degli stili comuni, delle abitudini, dei veri e propri rituali che ci fanno sentire in una sorta di limbo di affinità elettive. Per esempio è vero che cane e proprietario si assomigliano e non solo perché già nell’adozione la persona si indirizza verso la tipologia di cane che più gli corrisponde ma soprattutto perché la vita in comune crea una sorta di convergenza comportamentale attraverso l’osmosi emozionale, l’assunzione di tempi e di ritmi condivisi, il passaggio mimetico di modalità di espressione. Detto questo non dobbiamo cadere nella tentazione di ritenere il rapporto con il nostro quattro zampe esente dal rischio di fraintendimenti, tutt’altro! Anche se costantemente accanto a noi, egli appartiene a un’altra specie, è cioè profondamente diverso da noi nella percezione del mondo, nel modo di comunicare, negli interessi e nelle motivazioni, nelle caratteristiche cognitive, negli stili sociali e relazionali. Averlo vicino ci fa dimenticare questa distanza e si è portati a pensare di conoscere perfettamente il proprio beniamino e di poter intuire quello che ci sta dicendo.

Molto spesso le persone rimangono come sorprese allorché si sottolinea l’importanza di acquisire una preparazione sul profilo comportamentale del proprio animale, dichiarando: “ma io ho sempre avuto cani” oppure “vivo con i gatti fin da quando ero bambina”. La realtà è un’altra: non basta vedere il sole tutti i giorni per diventare un astrofisico.

Gli etologi sanno bene come per conoscere una specie spesso non sia sufficiente una vita intera di osservazioni e comunque sia indispensabile andare contro la tendenza a umanizzare, a fare cioè una traduzione maccheronica, che puntualmente è forviante.

L’abbraccio è forse l’esempio più chiaro. Per l’uomo, come per gli altri primati, questo gesto indica disponibilità o richiesta affettiva, è cioè un segnale di pace e di vicinanza, mentre per il cane indica la volontà di sottomettere l’altro o comunque di intraprendere una prova di forza, è cioè un gesto tutt’altro che benevolo che il nostro cane può al limite tollerare ma che può essere causa di aggressione se fatto con un cane sconosciuto. Allo stesso modo ho condotto personalmente una ricerca su un campione di 200 proprietari di cani chiedendo loro il significato di una trentina di segnali che comunemente il cane emette – come il leccarti il naso, leccarsi il labbro, alzare una zampa, volgere lo sguardo da un’altra parte, abbassare la testa, sbadigliare, mettersi a pancia in su, leccare il viso, dare la zampa – e, come peraltro temevo, i risultati sono stati disastrosi. Solo il dieci per cento riusciva a interpretare correttamente almeno cinque segnali! Questo significa che gran parte delle persone che vivono con il loro cane in realtà ignorano quello che lui comunica loro nella quotidianità.

Anche nel modo corretto di rivolgersi ai pet le cose non vanno meglio. La gran parte delle persone approccia il cane in modo frontale, tende a guardarlo negli occhi, non è in grado di trasmettergli le coordinate di direzione nella passeggiata al guinzaglio, non conosce le aree corrette dove accarezzarlo, non sa gestire l’attenzione, non è in grado di comunicare il proprio dissenso verso un atteggiamento non voluto. Col gatto è ancora peggio! Non solo non conoscono il perché dei comportamenti più comuni, come strusciarsi o alzare la coda, ma non sono nemmeno capaci di accarezzarlo in modo corretto. Insomma, per avvicinarsi a questi animali è indispensabile conoscere la loro lingua, un po’ come quando vogliamo viaggiare in un altro Paese.

Benedetta Catalini
Benedetta Catalini

Sono una componente della redazione che si occupa di inserire i contenuti di Roberto Marchesini all’interno di questo blog. Auguro a tutti Voi una buona lettura!

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