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Il giaguaro Juma e l’antropomorfismo Killer

giaguaro

In nome e ricordo del giaguaro Juma, tenuto in cattività ed utilizzato come mascotte durante il passaggio della fiaccolata per le Olimpiadi di Rio del 2016, ucciso subito dopo la fiaccolata per aver tentato di scappare dallo zoo in cui viveva in cattività, un articolo sul problema dell’antropomorfismo e le sue molte accezioni negative…

L’antropomorfismo è sicuramente un modo sbagliato di approcciarsi agli animali e i motivi sono più di uno. Innanzitutto perché in questo modo non si tiene conto delle reali necessità di un animale che hanno a che fare con i suoi connotati di specie, di natura espressiva ancor prima che fisiologica. Un gatto per esempio ha bisogno di esplorare, di rincorrere target in movimento, di poter liberare tutto il proprio estro atletico, mentre un cane non può fare a meno di partecipare alla vita del gruppo, di sentirsi coinvolto in un ruolo collaborativo, di poter fare lunghe passeggiate perlustrative. La dimensione specie specifica si caratterizza per una certa immersione percettiva nel mondo e per una peculiarità comunicativa, questo perlomeno lo sanno tutti, per cui l’olfatto del cane o l’udito del gatto sono modi differenti di affacciarsi al mondo, così come l’abbraccio per il cane o il contatto per il gatto vogliono dire cose differenti rispetto a quello che comunicano all’uomo queste espressioni.

Pochi sanno, viceversa, che la dimensione di specie è caratterizzata anche da attività che si desidera compiere, da elementi nel contesto che ci si aspetta di trovare, da opportunità espressive che si ricercano nell’ambiente di vita. Si chiama “dimensione motivazionale” della specie.

Per questo un gatto vive uno stato di benessere profondo – che io mi azzardo a definire felicità – solo a patto di poter vivere la propria dimensione motivazionale, ovvero di ritrovare nell’ambiente target in movimento, luoghi da esplorare, superfici da scalare per poter tradurre in un comportamento, in un’azione, quel suo desiderio profondo di rincorrere, esplorare, scalare. Allo stesso modo un cane desidera poter assumere un ruolo attivo all’interno della famiglia, averci come referenti autorevoli e sicuri, collaborare in molte attività e potersi gustare una lunga passeggiata-avventura nei boschi.

Coloro che antropomorfizzano il cane o il gatto queste cose non le vedono, non si mettono in discussione e in genere pensano che il cane o il gatto sia già contento per il fatto di mangiare e avere un giaciglio caldo o che comunque vi sia una sovrapposizione tra i loro desideri e quelli del beniamino a quattro zampe. In realtà stiamo dando welfare, ossia assistenza al nostro cane o gatto, non well being ossia felicità: e ho la sensazione che, se proprio dovesse scegliere, il nostro pet baratterebbe un po’ di carezze (farebbe meno il “pet”) per poter esprimere in pieno la sua natura motivazionale. Non è un caso se i cani e i gatti che vivono in campagna magari sono più smunti e arruffati, ma presentano meno problemi comportamentali.

C’è poi un ulteriore aspetto che non mi piace nell’antropomorfismo: la “banalizzazione” dell’animale e più in generale dell’animalità. Questo dà vita a una serie di problemi che a pioggia investono il nostro rapporto con loro: 1) l’infantilizzazione del pet, ossia il vederlo un bambino, con derive relazionali di morbosità, eccessiva protezione, accento sul “dar da mangiare” e sull’oralità del rapporto, in un concorso di azioni sbagliate che hanno gravi ripercussioni sull’identità del soggetto; 2) il pietismo, vale a dire l’idea che l’animale sia un’entità esclusivamente da proteggere, con il paradosso di vedere in qualunque forma di collaborazione una sorta di sfruttamento e in un eccesso di atteggiamenti cautelativi, per esempio la prescrizione a non dire mai di “no” al proprio cane; 3) lo sminuire il comportamento sociale e tutto ciò che ha a che fare con la difesa del proprio territorio, l’interazione con altri soggetti della propria specie, la sfera sessuale del comportamento interattivo, etc. La banalizzazione porta a una sorta di “antropomorfismo imperfetto”, dove cioè si considera il cane e il gatto un quasi-umano, vale a dire una specie di approssimazione.

Spesso si dice che gli animali sono come i bambini oppure che al cane manca la parola: ecco, tutte queste affermazioni sono etologicamente sbagliate, ma sono diventate una sorta di mantra, da ripetere in ogni occasione.

Detto questo è altrettanto vero che non si deve cadere nell’eccesso opposto, sposando il paradigma cartesiano dell’animale macchina mossa da automatismi. Spesso sento che le persone si inalberano quando le si accusa di una sorta di cartesianesimo postmoderno e sottolineano che “loro no, non considerano il cane o il gatto una macchina”. E tuttavia se spieghi il loro comportamento appellandoti ad automatismi, come gli istinti e i condizionamenti, ovvero attraverso meccanismi a innesco, inevitabilmente ti stai riferendo a una macchina. Il grande portato di Charles Darwin è stato quello di sottolineare che il progetto nascosto tra l’essere umano e l’alterità animale è lo stesso, perché medesima è l’origine o, se si vuole, la strategia che lo ha conformato. Per sottolineare meglio il proprio intento, il naturalista non si è accontentato dei due saggi più famosi ma ha scritto appositamente un libro – Le espressioni delle emozioni nell’omo e negli animali – per rimarcare che il riferimento comparativo è l’essere umano e non l’orologio. Siamo pertanto differenti, perché abbiamo avuto storie evolutive differenti, ma abbiamo una radice comune che non dobbiamo mai dimenticare perché se è sbagliato antropomorfizzare e ancora peggio non riconoscere questa comunanza nell’essere animali.

Benedetta Catalini
Benedetta Catalini

Sono una componente della redazione che si occupa di inserire i contenuti di Roberto Marchesini all’interno di questo blog. Auguro a tutti Voi una buona lettura!

http://www.siua.it

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