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Perché il leone ha diritto di mangiare la gazzella ma noi NO

leone e gazzella

Quante volte osservando un documentario ci siamo imbattuti in una scena di predazione – il primo piano di un erbivoro intento a brucare in santa pace e poi l’agguato di un felino nascosto che fa presagire il peggio. Abbiamo provato compassione per la preda e sperato nel profondo del cuore che l’animale braccato potesse sfuggire al suo carnefice. La sofferenza di quell’animale che sta per morire ci appare con tutta forza e proviamo dolore e compassione per la sua sorte!

Talvolta la predazione può essere agghiacciante, com’è il caso della mantide religiosa che, afferrato il corpo della vittima, la divora lentamente con un ondeggiamento del capo. Anche i costumi delle vespe solitarie ci appaiono terrificanti nel loro anestetizzare il bruco e disseminare il suo corpo di piccole uova da cui sgusceranno le larve che lo svuoteranno dall’interno. L’uccisione dei neonati, poi, ci trasmette un senso di repulsione ancora più forte: per esempio la strage delle giovani tartarughe che tentano di raggiungere il mare a opera dei gabbiani o lo strappare un cucciolo dal genitore per divorarlo, come succede di frequente nella quotidianità della savana. La predazione ci appare ancora più fastidiosa se il predatore sembra prendersi beffa o giocare con la preda, come fa il gatto con il topo o l’orca con la foca. Dimentichiamo però che la predazione è una lotta per la vita!

Rabbrividiamo perché ci immedesimiamo! Ma cerchiamo per un attimo di mettere il fermo immagine sulla scena, nell’istante che precede l’attimo in cui il ghepardo afferra una gazzella: la velocità del ghepardo è la stessa della gazzella e viceversa, per cui possiamo dire che la velocità nel ghepardo è stata creata dalla gazzella così come l’inverso. La predazione ha dato forma a entrambi e in questo ha creato una condizione di sostanziale parità tra i due animali. Da questo possiamo dire che, non conoscendo ancora l’esito del confronto – la scena è ghiacciata sul fermo immagine – non vi è certezza su chi farà soffrire l’altro: la gazzella potrà soffrire e morire perché raggiunta dal ghepardo, come, per contro, il ghepardo potrà soffrire perché, non raggiungendola, morirà di fame. Il ghepardo, cioè, non può scegliere e la gazzella, non facendosi raggiungere, compirà su di lui un atto di violenza, condannandolo a morire di fame o far morire i cuccioli a cui mamma ghepardo avrebbe portato la preda.

Ma allora quando nasce la violenza? La violenza emerge nel momento in cui un atto diventa deliberazione, un atto cioè che si basa su una scelta che noi possiamo decidere se compiere o no. Nel predare, il ghepardo non viola un patto e il suo atto non prevede alcuna possibilità di scelta e si svolge su una doppia possibilità: ogni tanto i ghepardi fanno soffrire le gazzelle e molto più spesso le gazzelle fanno soffrire i ghepardi.

Questo è il motivo che mi fa considerare come profondamente diversa e non assimilabile in alcun modo alla predazione la caccia compiuta dall’essere umano. Mi spiego meglio. L’essere umano non ha una conformazione predatoria né anatomicamente – dentatura, struttura gastroenterica, profilo metabolico, carattere endocrino – lo dimostra il fatto che il consumo di carne ha effetti devastanti su tutti gli apparati, né etograficamente, mancando degli orientamenti predatori e dei pattern espressivi tipici del comportamento predatorio.

Se poi prendiamo in considerazione la nostra elettività verso il rosso, colore per antonomasia nella nostra specie a differenza dei carnivori, e il nostro orientamento verso il profumo dei fiori (ciò che anticipa i frutti) e dell’alcool (esito della fermentazione dei frutti) è evidente il carattere frugivoro (di raccoglitore di bacche e tuberi, quindi vegeteriano) della nostra specie. Non a caso i medici si raccomandano di mangiare molta frutta per stare bene. Questo mi fa affermare che l’uomo è una preda e non un predatore.

L’uomo utilizza degli strumenti per uccidere gli altri animali e in realtà raccoglie le prede morte come se fossero bacche, funghi, radici, larve o uova. La caccia è una violazione perché non esiste un doppio flusso nel rapporto con le sue eventuali prede, come accade nel caso del ghepardo. Mentre la gazzella può far soffrire e morire il ghepardo, il fagiano non ha alcuna possibilità di interagire col cacciatore. Tra l’uomo e gli animali che uccide quindi c’è un rapporto impari che mi fa affermare che non c’è nessuna legge di natura che possa giustificare tale sofferenze.

Benedetta Catalini
Benedetta Catalini
Sono una componente della redazione che si occupa di inserire i contenuti di Roberto Marchesini all'interno di questo blog. Auguro a tutti Voi una buona lettura!
http://www.siua.it

7 thoughts on “Perché il leone ha diritto di mangiare la gazzella ma noi NO

  1. bellissimo. il titolo poi è ottimo! sarebbe anche bello approfondire le conseguenze del mangiare carne, appena accennate giustamente nell’articolo, sia nel bene che nel male.

  2. Perché non organizza una controinformazione in quelle scuole nelle quali la Federcaccia e chi per essa ha professato la “bontà” e la ‘santitudine’ della caccia moderna e dei cacciatori?

  3. Caro etologo la risposta è semplice: perchè l’uomo non è come il ghepardo. A differenza degli altri animali, oltre all’evoluzione biologica abbiamo avuto anche quella culturale…sempflicando,abbiamo iniziato a cacciare, poi allevare gli animali per mangiarceli e non perdere il tempo a cacciare cosicché oggi possiamo fare anche i blogger e giocare in borsa.Quale altro animale fa il blogger?Lai caccia uomo-animale è impari?Certo,Ovvio!Non si è mai visto che uno va a caccia per sfidare l’animale, per vedere se vince o perde!Se uno ci lascia le penne è considerato un incidente di caccia. La caccia uomo animale è impari, da sempre, si sa. Che un filosofo possa essere anche etologo, sono d’accordo ma l’Etologia e la filosofia sono due mondi separati…

    1. Il mio intervento era per l’appunto indirizzato a chi vuole giustificare la caccia attraverso il ricorso all’analogia naturalistica del “come il ghepardo caccia la gazzella così l’uomo è autorizzato a cacciare”, ovvio, come lei ha sottolineato che questo discorso presenti una fallacia. L’essere umano ha acquisito culturalmente il suo stile venatorio che pertanto va inquadrato e discusso all’interno di una cornice antropologica e non meramente biologica. Detto questo, rispetto al rapporto tra etologia e filosofia, le ricordo che lo stesso Lorenz pose il problema degli a-apriori ovvero della umwelt come questione epistemologica e non meramente descrittiva. Il saggio “L’altra faccia dello specchio” e’ estremamente esplicativo circa l’importanza del rapporto stretto tra filosofia ed etologia, ribadito peraltro nel famoso dialogo tra Lorenz e Popper. In effetti prima di discutere sull’ontica ovvero sui connotati specie specifici si rende necessaria una riflessione sull’ontologia ossia sul cosa significhi “essere animale”. Si tratta di una domanda epistemologica che implica l’accettazione o il rifiuto del modello cartesiano di “animale automa”. Questione meramente filosofica ma che è intimamente connessa con la successiva cornice etologico-descrittiva. In altre parole non è possibile fare ricerca in etologia senza prima, anche in modo irriflessivo, aver accettato un certo modello esplicativo. Scienza e filosofia non sono affatto due mondi separati.
      Roberto Marchesini

  4. Quello che l’articolo non cita è che l’uomo è dotato di intelligenza, che gli permette di “predare” senza avere necessariamente la velocità di un ghepardo o la forza di un elefante. L’uomo supplisce a una deficienza fisica usando l’intelligenza. Anzi, è stato esattamente l’opposto: l’acuirsi dell’intelligenza ha portato ad una minor necessità di utilizzare la forza, e ciò ha portato l’uomo a diventare così com’è.
    Oltre a ciò, quanto detto in questo articolo è estremamente riduttivo e, ovviamente, fazioso. Ma ogni articolo che si schiera “da una parte” per forza lo è.
    Le caratteristiche dell’uomo non sono quelle di un predatore carnivoro, semplicemente perché l’uomo non è un predatore carnivoro.
    Ma non è neppure un vegetariano (mica ha 4 stomaci come i dromedari).
    L’uomo è, semplicemente, onnivoro. Quindi sta un po’ a metà, anche se paragonarlo a un ghepardo sicuramente fa più presa sul lettore.
    Ci sono parecchie specie di scimmie che si nutrono anche di carne, giusto per fare un esempio.
    Quello che all’uomo manca, aihmé, è la moderazione e il rispetto.
    Sarebbe sufficiente che sia l’allevamento di bestiame che la coltivazione di frutta e verdura fosse fatta con rispetto e con “gentilezza” verso la natura, e io credo che tutti potremmo mangiare tutto. Magari una zucchina in più e una fettina di manzo in meno, su quello credo di essere d’accordo.
    Quello su cui invece vorrei che si ponesse l’attenzione, invece, non è la solita guerra “Veg contro Carne”, in cui ciascuno millanta la propria superiorità, ma vorrei che si insegnasse l’educazione e il rispetto.
    Niente allevamenti intensivi, ma neppure coltivazioni intensive.
    Niente ormoni ai polli e niente diserbanti alle zucchine.
    Aiutiamoci a ri-creare un mondo a misura di mondo, non un mondo a misura di uomo.
    Senza dire “io ho ragione e tu hai torto”.
    Uniti si vince, separati si perde.
    Almeno dal mio piccolo punto di vista.

  5. Scusi ma l’elettività al rosso non potrebbe essere anche al sangue? diciamo che gli argomenti, tutti a suffragio della tesi sono davvero debolucci. Mai letto qualche testo di antropologia serio, cito a caso Leroi-Gourhan o Gehlen, lì è chiaro che la conformazione bio meccanica dell’uomo, il nostro a priori formale, esonera dai vincoli ambientali e permette mediante la mano, ovvero mediante la tecnica di supplire a possibili carenze degli apparati. L’uomo è appunto formatore di mondo ed in quanto formatore ed agente tecnico è autorizzato a cacciare, ma poi l’autorizzazione è un concetto morale che esula dal piano biologico su cui proprio lei ha tentato di costruire l’argomentazione, insomma si confondono piani ed argomenti. L’uomo è animale plastico, ed in quanto plastico onnivoro, quindi a chi piace la carne la mangi che è buona e fa bene.

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