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Apprendere vuol dire risolvere

l'importanza dell'apprendimento

L’apprendimento rappresenta il modo attraverso cui gli animali imparano nuove strategie per raggiungere i propri obiettivi. La storia evolutiva di una specie dà in dotazione ai vari animali un corpo adeguato a sopravvivere in un ben preciso contesto ecologico: le ali sono indispensabili per poter volare così come un corpo affusolato e le pinne sono la scelta migliore per muoversi in un ambiente liquido. Si chiama adattamento all’ambiente. Un pipistrello è assai differente da un delfino, pur essendo entrambi mammiferi, perché l’uno si muove nell’aria l’altro nell’acqua. Inoltre il corpo rivela lo stile di vita di un certo animale: un carnivoro è diverso da un erbivoro, un animale diurno da uno notturno, una specie migratoria da una letargica. Se mettiamo a paragone il cane e il gatto noteremo che il primo ha uno scheletro solido e i muscoli rossi – è cioè un animale di resistenza – mentre il secondo ha uno scheletro leggero e flessibile e i muscoli bianchi – ciò lo rende un animale di scatto. Ogni animale si trova perciò in eredità un corpo adatto al tipo di vita che dovrà affrontare, ma non solo. La storia evolutiva dà in eredità anche dei modelli innati di comportamento, definiti “istintivi” proprio perché non dipendono dall’esperienza che l’individuo ha avuto, ma sono già presenti alla nascita. Le dotazioni fisiche e comportamentali sono pertanto degli strumenti utili all’animale per risolvere quei problemi di sopravvivenza con cui si dovrà confrontare. Con un corpo adattato e dei comportamenti prefissati, non ci dovrebbe essere bisogno di nient’altro, se l’ambiente fosse stabile e sempre lo stesso. In realtà l’ambiente muta continuamente per cui l’animale deve costruirsi nuove risorse per risolvere i tanti problemi imprevisti. L’apprendimento è pertanto un modo attraverso cui l’individuo si dota di nuovi strumenti solutivi.

Ogni specie ha le sue predilezioni: un predatore ama correre dietro agli oggetti in movimento, un onnivoro raccoglie ciò che trova e lo porta in tana, un erbivoro è portato a pascolare. In etologia parliamo di “motivazioni” e le possiamo definire come degli interessi o degli orientamenti verso particolari target presenti nell’ambiente. Gli animali non sono passivi, non assomigliano cioè a foglie mosse dal vento o a mele che cadono dall’albero, e proprio in virtù delle loro motivazioni si pongono continuamente degli obiettivi da raggiungere. D’altro canto avere un obiettivo significa porsi un problema perché il target non è mai a portata di zampa: chiede sempre un’azione volta a rimuovere un ostacolo o a colmare una lacuna. Il problema va prima di tutto compreso, nel senso di capire cosa si frappone tra l’animale e il target. Per comprendere è necessario essere nelle giuste disposizioni vale a dire: 1) essere molto motivati, 2) avere le giuste emozioni, 3) riuscira a essere attenti e concentrati nello stesso tempo, 4) saper interpretare la situazione. Tutto questo ci fa capire che l’animale è protagonista nel suo processo di apprendimento e quanto più è coinvolto tanto maggiore sarà il suo apprendimento.

Il gioco è la cornice migliore per apprendere per molte ragioni. Innanzitutto perché nel gioco si attivano le motivazioni e cresce il languore verso i target. Poi perché nel gioco si accendono le emozioni positive e l’animale si trova a suo agio nella situazione e non è spaventato dal problema. Inoltre nel gioco si libera la fantasia perché ci si sente meno vincolati al risultato e si può provare più liberamente. Negli animali sociali, come il cane, l’apprendimento è ancor più facilitato dalla presenza del proprietario che, agendo come base sicura, incoraggia l’esperienza e crea quel clima di collaborazione che lo aiuta ad affrontare i problemi. Esistono tuttavia giochi differenti ciascuno adatto ad apprendimenti specifici. I giochi che si basano sul predatorio, come rincorrere un fresbee o una pallina sono eccitatori e si basano più sull’attenzione e sulla prontezza che sulla concentrazione. I giochi di ricerca olfattiva sono una mezza via, devono avvalersi del movimento per perlustrare l’ambiente ma richiedono anche concentrazione. I problem solving sono basati sulla concentrazione e il soggetto non deve andare troppo in eccitazione se li vuole risolvere.

Una volta compresa la situazione-problema occorre mettere in atto delle strategie solutive. La soluzione può essere raggiunta in due modi: 1) per tentativi, errori e approssimazioni; 2) in modo intuitivo e immediato. Il primo modo, quello più frequente nei carnivori, come il cane e il gatto, si basa su ricette solutive, definite anche con il termine di euristiche. Quando il soggetto ha capito che tipo di problema si tratta, utilizza cioè non dei tentativi casuali ma delle chiavi solutive che gli sono state utili in contesti analoghi. Se una chiave solutiva funziona non c’è bisogno di fare altro. Se, viceversa, un’euristica va quasi bene, l’animale la riadatta attraverso approssimazioni finché non arriva alla soluzione, cioè non raggiunge il target. In questo caso si forma una nuova conoscenza che il soggetto metterà da parte nel suo bagaglio di chiavi solutive utili. Il secondo modo, quello più frequente negli onnivori, come gli scimpanzé, viene anche chiamato “insight” e porta il soggetto a soluzione senza tentativi, attraverso simulazioni mentali. Il comportamento solutivo si chiude pertanto con la soluzione ossia con il raggiungimento dell’obiettivo.

Ma non è solo nelle situazioni solutive che si apprende. La neurobiologia ci ha mostrato che quanto più un comportamento viene espresso tanto più si rafforza, vale a dire diviene più probabile. In altre parole il comportamento manifestato è una specie di palestra che, come per i muscoli, rafforza alcune tendenze a dispetto di altre. L’identità del soggetto si sviluppa come la chioma di un albero che cresce in modo differenziale, di più dove c’è luce, a seconda di cosa viene suscitato nella quotidianità. L’ambiente di vita facilita l’esercizio di certi comportamenti perché li stimola, li rende familiari, dà loro un campo espressivo, li incoraggia. Anche la relazione determina una crescita differenziale a seconda di come il proprietario interpreta il suo rapporto con il pet: quali giochi fa, qual è il suo stile di relazione, quali abitudini regolano la vita di casa, cosa si fa insieme, come si dà da mangiare e via dicendo. Per questo bisogna ricordare che un cane apprende sempre e non solo quando lo portiamo su un campetto di training: la sua vita di tutti i giorni è il più importante luogo di apprendimento.

Benedetta Catalini
Benedetta Catalini
Sono una componente della redazione che si occupa di inserire i contenuti di Roberto Marchesini all'interno di questo blog. Auguro a tutti Voi una buona lettura!
http://www.siua.it

One thought on “Apprendere vuol dire risolvere

  1. la fame o l’istinto di riproduzione (motivazione) sono allora i motori dell’evoluzione. e per l’essere umano, quali motori abbiamo?

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