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La felicità di specie

felicità di specie

A volte mi si chiede se per gli animali può esistere quella condizione di pienezza e realizzazione che chiamiamo felicità oppure se l’unica sensazione che può essere ammessa alle altre specie è un momentaneo stato di gioia, molto radicato nel qui e ora della situazione. L’idea che i non-umani vivano esclusivamente nel presente è ancora assai forte, frutto di una visione etologica sorpassata e di concezioni filosofiche che cercavano di fondare la specialità dell’essere umano attraverso una denigrazione degli animali.

In realtà, se l’animale fosse condannato al solo presente dovremmo negargli la possibilità di avere ricordi, e quindi di apprendere, e di avere degli obiettivi, e quindi delle strategie e dei progetti, cosa che ovviamente contrasta non solo con le nuove ricerche etologiche ma anche con la semplice esperienza diretta. Affermare che l’animale vive solo nel presente è una forzatura antropocentrica. Detto questo è evidente che la felicità non è solo un sentimento che va oltre la situazione ma va definita come sensazione di realizzazione profonda del sé, mentre il semplice gioire ci appare più come una sorpresa piacevole, anche molto bella, ma riferita a qualche accadimento esterno.

In altre parole quando un cane trova un giocattolo o quando ci corre incontro al nostro rientro a casa, è indubbio che gioisca, più problematico e forse azzardato affermare che ritrovi di colpo uno stato di felicità. Non credo che gioia e felicità siano sinonimi, anche perché mentre la gioia può dar luogo anche a sensazioni ambivalenti, come eccitazioni e aspettative che, creando languore, danno una fibrillazione anche spiacevole, la felicità è piena partecipazione in un fluire che è equilibrio e contenimento dell’individuo.

Ciò nonostante, pur con questi distinguo, ritengo che parlare di felicità negli animali non-umani non sia affatto una forma di antropomorfismo e che la felicità non sia prerogativa dell’essere umano bensì una condizione, seppur instabile e molto precaria e vulnerabile, che ci accomuna alle altre specie. Ma cosa significa essere felici? Come ho detto, penso che la felicità si differenzi dalla gioia per il suo carattere più contenitivo: mentre la gioia trasforma il mondo in qualcosa che espone e che quindi ti rende più soggetto agli accadimenti, la felicità assomiglia più a un nido che protegge il soggetto e lo rende pienamente padrone di sé.

Nella felicità è come se il mondo si accordasse pienamente a quelle che sono le aspettative del soggetto e tutto avesse una perfetta coerenza. La gioia è piacere distonico, per cui crea un’esposizione e una ricerca di conferme, mentre la felicità è piacere sintonico: insomma tutto è già perfettamente sulla corda giusta. Ora, è evidente che esistono condizioni di piena sintonia tra il cane e il mondo esterno e non si tratta di quando gli diamo un bocconcino o un riportello, né quando egocentricamente pensiamo che l’unica cosa di cui abbia bisogno sia nient’altro che la nostra presenza.

Esiste una “felicità di specie” che riguarda la possibilità di ritrovare nel mondo quello che la natura profonda ti suggerisce. Quando porti un cane a fare una passeggiata in campagna e in un bosco, quando lo vedi sprofondare in un tragitto olfattivo, nel traghettare fossi e inseguire lepri, nel perdersi tra rovi e graminacee… di colpo ti rendi conto che anche per lui la felicità esiste, seppur diversa dalla nostra.

Benedetta Catalini
Benedetta Catalini

Sono una componente della redazione che si occupa di inserire i contenuti di Roberto Marchesini all’interno di questo blog. Auguro a tutti Voi una buona lettura!

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